L’ora blu delle fiabe

fiabe per non dimenticare

Nelle scorse settimane c’è stato molto tormentone in merito al discorso della Cortellesi all’Università Luiss in merito al suo ultimo film (che ahimè non ho ancora avuto occasione di vedere). All’interno di questo discorso c’è stato un rimando al potere delle storie che qui riporto:

“Tra le cose belle e piacevoli, c’è la telefonata di Luigi Gubitosi (presidente della Luiss). Quando mi ha chiamata per propormi di essere qui oggi per l’inaugurazione dell’anno accademico di questa prestigiosa università, mi sono sentita fiera, onorata e… inadatta. Io che l’università l’ho lasciata a metà del percorso per andare a studiare teatro – quello l’ho studiato – che poi è diventato il mio lavoro, gli ho risposto che mi sentivo orgogliosa di parlare agli studenti ma che sarebbe forse stato meglio chiamare persone competenti in materia di legge, marketing, economia, perché le mie conoscenze non hanno molto a che vedere con i corsi di studio di questa università e che – le interpreti, le diriga o le scriva – le mie competenze si limitano a raccontare storie. E allora Luigi mi ha risposto: ‘E io questo chiedo, io questo voglio! Racconta il tema del tuo film, fai un racconto nel racconto. Le storie fanno bene, le storie fanno crescere, sono uno stimolo di riflessione’. Ha ragione, quindi eccomi qua”.

Essendo esperta di narrazione, o meglio studiosa, non poteva attrarmi questo passaggio finale. Tuttavia ho sentito la necessità di andare oltre perché la sua riflessione coinvolge anche l’interpretazione delle fiabe. Molti miei amici o conoscenti mi hanno inoltrato più volte gli articoli intorno a questo intervento nei confronti delle fiabe (elemento che lei usa come mero confronto per spiegare in maniera molto più complessa il senso del suo film). Quasi tutti loro mi hanno chiesto pareri e delucidazioni.

In questo suo discorso ci sono pro e contro che sicuramente mi hanno toccata: intanto perché sono donna, in secondo luogo perché le fiabe sono oltre che l’oggetto dei miei studi, sono anche uno degli strumenti che utilizzo nei miei laboratori e nella formazione. Proprio questo sabato 3 febbraio sarò a Trento per una formazione rivolta ad educatori, pedagogisti e non solo, che si occupano dell’infanzia; userò la fiaba di Barbablù, altra narrazione densa di significati plurimi (e altrettante possibili interpretazioni o riletture).

Ecco che allora questa esigenza da parte delle persone intorno a me, si è trasformata in una ricerca ulteriore. Dopo un primo sconcerto, mi sono messa a formulare il mio pensiero.

Alcune cose sicuramente mi sento il dovere di presentarle, per passare poi a quello che è davvero lo scopo della mia riflessione. Molto, troppo spesso, ultimamente, si utilizzano le fiabe (se non addirittura poemi di autori classici del passato che si studiano nelle scuole) per trovare qualche risposta sul problema persistente del sessismo. Indubbiamente non è sbagliata la direzione della domanda: siamo portatori di storie e forse solo queste possono darci una chiave di lettura ai nostri quesiti. Le storie di generazione in generazione, come una vera e propria eredità emotiva, ci richiamano, ci formano, ci plasmano e ci modellano. Tuttavia le storie non sono ingabbiate nel bianco e nero che molto spesso cerchiamo di fare con la comunicazione spicciola dei social o delle testate giornalistiche.

Le storie sono intessute e fanno parte di quel sistema ecologico di cui ho già parlato precedentemente. Le storie sono fatte da noi e sono fatte di noi. Ci rappresentano, ma non smettono mai di metterci in discussione. Perciò usare in maniera semplicistica il riferimento alle fiabe senza contestualizzarle, rischia di perpetrare l’effetto contrario dell’intenzione di promozione all’emancipazione femminile (e forse di tutte le minoranze: dato che parla dei sette nani, perché su questi personaggi non poniamo attenzione? Solo perché recitano in secondo piano?).

Le fiabe come i miti, ancora più di tutte le narrazioni altre, si muovono a partire da sfere ancora più complesse di noi, archetipiche, inconsce e spesso volentieri inspiegabili o innominabili; per questo usiamo il linguaggio metaforico e immaginativo. Il termine archetipo viene dal latino antico archety̆pum, a sua volta derivato dal greco antico ὰρχέτυπος, composto da arché, cioè «inizio, principio originario» e typos, «modello, marchio, esemplare». Insomma questi racconti sono qualcosa di originario, che via via è stato tramandato e riadattato perché l’uomo e la donna non sono mai uguali a se stessi una volta per tutte. Le fiabe e i miti sono come il peccato originario che i cattolici si portano dietro e che solo il battesimo cancella via.

Ecco allora che la riflessione sorge spontanea: se sono effettivamente sessiste, il problema era già all’origine. Non siamo tanto cambiati da quegli uomini e quelle donne che si raccontavano a voce queste storielle. Proprio per questo è fondamentale effettuare la giusta contestualizzazione. Come insegna Socrate sono le domande che contano, non tanto le risposte; ma porsi la domanda giusta non è così semplice. Per questo ritengo che ancora una volta l’utilizzo delle fiabe a questo modo è riduttivo e addirittura pericoloso. Proprio come il peccato originale non dovremmo cambiare le fiabe perché sessiste, ma interrogarci perché il sessismo esiste dalla notte dei tempi e quindi cosa davvero ci stanno comunicando le fiabe attraverso il linguaggio simbolico. Trovare forse una fonte battesimale che ci consenta di riscrivere l’abitare dei nostri tempi? Ma a livello sociale, siamo davvero pronti? Perché le storie rispecchiano ciò che siamo e se a distanza di così lungo tempo non ci siamo discostati da tutto questo, come possiamo ritenere giusta un’inversione di rotta?

Questo articolo non ha la presunzione di dare risposta e anzi è in incubazione proprio nel mese “deputato” alla memoria (infatti è stato condiviso come ogni mese con i miei colleghi Marco Dalla Valle e Ana Gutierrez). Il 27 gennaio scorso infatti c’è stato il consueto Giorno della Memoria, una ricorrenza internazionale, celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto. Mi sono quindi interrogata che ruolo potessero avere le fiabe in quel contesto e se avessero uno spazio specifico.

Nel ghetto di Theresienstadt

Si stinge a ovest il bagliore del giorno,
nell’infermeria scivola la luce del crepuscolo,
lieve sfiora i letti dei piccoli malati e posa su guance che la febbre arrossa.
È l’ora blu delle fiabe
e nell’aria è tutto un bisbiglio e un sussurro.

Nel 1919 una certa sedicenne Ilse Herlinger (prima lettrice e poi autrice) scriveva su una rivista rispondendo a un questionario:

Motto: Chi confida nel Signore è stabile per sempre. Il mio più grande desiderio: scrivere poesie! E unità in famiglia. Autore preferito: Schiller, Keller. Poeta preferito: Heinrich Heine. Compositore preferito: Schubert. Fiore preferito: la violetta, il mirto. […] Libro preferito: “L’ultima fiaba” di Paul Keller. Poesia preferita: “La campana” e “La fata del dolore” di Sudermann. Occupazione preferita: scrivere lettere, racconti e poesie.

Da adulta divenne scrittrice di fiabe e di letteratura per l’infanzia. E io sono venuta a conoscerla proprio perché mi sono messa a cercare il legame possibile tra fiabe e orrore dell’Olocausto.

Ho trovato un progetto meraviglioso, ossia una pubblicazione frutto della creatività degli studenti del Liceo Leonardo Da Vinci di Civitanova Marche che hanno contribuito alla realizzazione delle illustrazioni, con la guida della docente Rita Baldoni. Il suo intento è stato quello di restituire memoria a quelle scrittrici dimenticate, che la Storia ha soffocato fra le sue pieghe.

Il libro raccoglie venti fiabe ebraiche, pubblicate nel 1929 in Cecoslovacchia, quando l’autrice era una giovane promessa della letteratura dell’infanzia degli anni Venti. Quando, l’8 febbraio 1942 viene deportata a Theresienstadt, Ilse, nella certezza di poter essere di aiuto nel ghetto, si presenta subito come infermiera e assume la direzione del reparto riservato ai bambini malati. Pensava sempre a come poter offrirei suoi assistiti un motivo di gioia, come nell’ora blu delle fiabe, un momento tanto atteso. Ilse ferma il tempo e accompagna in luoghi d’incanto, penetra gli incubi di quei bambini, dà un volto alle loro angosce e crea un ancoraggio con l’ordine della libertà perduta, fa risuonare e riemergere il loro mondo interiore, restituendo la speranza e un significato alla vita. È al figlio Hanuš che dobbiamo oggi la possibilità di rileggere le fiabe di sua madre. Racconti nati dalla fertile fantasia di una giovane donna ebrea, pochi anni prima del crollo dell’umanità.

Nell’orrore più assoluto, nonostante i messaggi talvolta contraddittori nascosti nelle fiabe, sono state ancora una volta queste a salvarci. Non accaniamoci contro le grandi o piccole storie del passato. Sono le stesse che hanno permesso alle nostre generazioni di sopravvivere, accettando ingiunzioni ingiuste o peggio tremende. Le fiabe rispondono alle nostre paure più profonde, di cui non troviamo le parole per esprimerle.

Non sono le fiabe ad essere sessiste, bensì sono i nostri occhi, le nostre orecchie, le nostre menti che ancora una volta non prestano attenzione. Ascoltare, anzi, interrogare una fiaba non è una cosa semplice perché risveglia le nostre interiorità nascoste dietro alla magia dell’immaginifico; un immaginifico essenziale per andare oltremisura, accettare e accogliere quegli angoli bui che in qualsiasi momento possono risvegliarsi dentro di noi.

Le fiabe non sono da riscrivere, esse ci raccontano la verità dell’uomo e della donna e talvolta questa verità ci spaventa perché è più grande di noi, è complessa, intricata e incontrollabile. La rappresentazione degli eroi greci ce lo insegna bene: nel linguaggio fascinoso e concreto del racconto mitico, la natura ambigua dell’eroe viene espressa dal fatto che è figlio di una creatura umana e una divinità. Dai suoi genitori divini eredita la bellezza, la forza, la maestosità. Ma, a differenza di loro, non è immortale; l’eroe è condannato, come gli uomini, ad andare incontro al dolore e alla morte. L’eroe è un compagno di strada dell’umanità, ne condivide tutte le tristezze, le umiliazioni e le malinconie (Eroi: Le grandi saghe della mitologia greca, romanzo di Giorgio Ieranò).

Come ci suggerisce l’ultima fiaba di questo prezioso libro siamo ancora in grado di trasformare le pietre nere in oro, per riuscirci però non dobbiamo dimenticarci delle prime (Pietre nere, fiabe per non dimenticare).

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