Quando l’atmosfera cura: il posto da vivere

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Anche questo mese, il giorno 30 dicembre, assieme ai miei amici e colleghi Marco Dalla Valle e Ana Gutierrez, abbiamo scelto un tema da trattare. In questo caso non poteva che essere un’analisi di ciò che si chiude e di ciò che si apre.

Il 2023 volge al termine e si conclude intorno a una teoria che ho incontrato proprio negli ultimi mesi. Questa in ogni luogo poi si è andata ad incrociare con metodi e strumenti similari che mi hanno fatto capire di essere sulla strada giusta. A inizio di questo anno avevo cominciato a scrivere il mio libro, un manuale stile accademico che esplicitasse il metodo della filosofia della narrazione.

Ogni anno alle lezioni dell’università rivedo il programma di questa materia. La terza edizione mi spaventa perché credo e sento il bisogno di cambiare ulteriormente rotta, e così neppure l’impostazione del libro data sinora può più funzionare. Devo ricominciare da capo, ma credo che in fondo quando si è iniziatori di teorie più complesse e innovative non si possa fare altrimenti.

L’approccio ecologico

L’ecologia dello sviluppo umano implica lo studio scientifico dell’adattamento progressivo e reciproco tra lo sviluppo attivo dell’essere umano e le proprietà mutevoli degli ambienti nei quali l’individuo, che si sta sviluppando, vive. L’ambiente ecologico, che si considera rilevante per i processi di sviluppo, non è limitato ad una unica situazione ambientale immediata, ma comprende le interconnessioni tra le diverse situazioni ambientali e i diversi meccanismi relazionali e istituzionali che ne definiscono il funzionamento e l’organizzazione.

Secondo il metodo ecologico di Bronfenbrenner si intende l’ambiente di sviluppo del bambino come una serie di cerchi concentrici, legati tra loro da relazioni. 

  • Il Microsistema è il livello centrale, entro il quale le unità interpersonali minime costituite da diadi (es. madre-bambino) si rapportano al loro interno e con altre diadi, con rispettive e significative interazioni dirette. Un microsistema è dunque un pattern organizzato di relazioni interpersonali, attività condivise, ruoli e regole, che si svolgono perlopiù entro luoghi definiti. La famiglia, la rete della parentela più estesa, la scuola, sono esempi di microsistemi.
  • Il Mesosistema è un sistema di microsistemi: si riferisce a due o più contesti cui il soggetto partecipa direttamente in modo attivo ed alle loro interconnessioni.
  • L’Esosistema è costituito dall’interconnessione tra due o più contesti sociali, almeno uno dei quali è esterno all’azione diretta del soggetto. Un esempio di esosistema è costituito dal rapporto tra la vita familiare e il lavoro dei genitori.
  • Il Macrosistema comprende le istituzioni politiche ed economiche, i valori della società, la sua cultura: i complessi di credenze e comportamenti che caratterizzano il macrosistema sono trasmessi da una generazione a quella successiva attraverso i processi di socializzazione condotti dalle varie istituzioni culturali, come la famiglia, la scuola, la chiesa, il luogo di lavoro e le strutture politico-amministrative.

Bronfenbrenner introduce quindi il concetto di “famiglie”, al plurale, volendo in questo modo problematizzare i cambiamenti culturali e sociali in atto: infatti la sua è una teoria ecodinamica (movimento dell’ambiente, che possiamo definire un cambiamento della società).

Io al concetto di “famiglie” aggiungo il concetto di comunità, perché il sistema a cerchi concentrici si può adattare e si connette anche perfettamente al concetto e al funzionamento della polis, di cui ho trattato nell’articolo per il Circo della Farfalla dal titolo “Quanti e quali luoghi della biblioterapia?”, a cui rimando.

La polis si fondava sulla comunanza di un “ethos” (è anch’esso un termine greco il cui significato, in origine, era “il posto da vivere”), che potremmo chiamare l’insieme di una moralità, di un costume, di un’inclinazione comune. Ogni nostro aspetto della vita si muove secondo un rapporto ecologico e sistemico, proprio come funzionava la polis per gli antichi. Quando parliamo di ecologia automaticamente pensiamo di argomentare solo il senso di rispetto dell’ambiente rispetto all’inquinamento. L’ecologia è molto di più, perché consiste nell’abitare un ambiente e abitare in quell’ambiente specifico: abito, dal latino habitus, che traduce il termine greco aristotelico héxis, può significare un modo di essere, comportamento, disposizione. Il termine abito implica quello derivato e connesso di abitudine a sua volta collegato a carattere. L’abito è anche ciò che indossiamo, perciò quando abitiamo un luogo in realtà lo stiamo indossando, ne siamo permeati e ne facciamo inevitabilmente parte proprio come intendeva Bronfenbrenner. Possiamo aggiungere ancora che l’abito lo indossa il nostro corpo, infatti anch’esso è un luogo: il nostro corpo è ciò che la nostra anima abita (vedi l’articolo pubblicato qui in un precedente itinerario).

L’ecopoetica: per un’ecologia delle parole

L’ecologia (dal greco: οἶκος, oikos, “casa”, “dimora” o anche “ambiente”; e λόγος, logos, “studio”) è l’analisi scientifica delle interazioni tra gli organismi e il loro ambiente. L’oggetto di studio dell’ecologia sono pertanto gli ecosistemi. Ecco come le parole, attraverso il recupero di certi significati etimologici, ci possono aiutare a spiegare il nostro stare al mondo. Infatti oikos è la parola originaria che ha dato il via alla tecnica haiku, ossia metrica, respiro. L’haiku è un simbolo, è una “parola che taglia” che richiama ai primordiali modi della scrittura (in un prossimo articolo parlerò anche di grafologia) che erano espressi attraverso elementi naturali, dunque ambientali. Anche la scrittura stessa ci rimanda all’abitare perché si riconduce al termine tecnologia, ossia un’arte del gesto, fatta di conoscenza; la parola tecnologia deriva dal greco “technè”, ossia arte, intesa come il saper fare; e “logos”, ossia discorso, trattato.

La lettura poetica segue il lungo viaggio della tecnologia scrittoria, diventando uno strumento cerebrale che, seguendo anche l’evoluzione dei supporti, sviluppa dialogo interiore, capacità inferenziale e pensiero critico. La lettura in quanto tecnologia è un costrutto dinamico, che da un lato ci invita a prendere in considerazione tutta la storia della sua evoluzione per comprenderne i risvolti socio-antropologici, dall’altra ci spinge a rimanere consapevoli di quali spinte evolutive abbiano portato alla sua istituzione e possano ancora oggi legittimarne l’esistenza.

La lettura ci connette anche a un’altra sfumatura dell’abitare: in lingua latina habitus è una stabile disposizione delle facoltà del soggetto verso un certo tipo di atti e si acquisisce attraverso la ripetizione di questi ultimi. Secondo Aristotele una tipologia di virtù, quella etica, deriva dall’abitudine che non nasce in noi spontaneamente. Questo può aiutarci a capire quale sia l’orientamento moralmente buono – quindi virtuoso – che permetta agli uomini e alle donne la volontà di guidare le proprie scelte, secondo la propria identità di intenti, un ragionamento verace e un retto desiderio.

Poiesis, ossia azione poetica

La parola, l’atto poetico in quanto gesto, è tecnologia e dunque arte. E’ abitudine dinamica che segue l’ecologia dello sviluppo umano, cioè va di pari passo. A questo punto è necessario rivolgere il discorso recuperando il pensiero aristotelico, perché per la filosofia della narrazione è importante riscoprire un’ecologia delle parole, ossia un sistema dinamico fatto di relazioni cerchio-centriche e curative; l’atto poetico è abitudine virtuosa e buona volontà etica.

Nella Poetica, Aristotele tratta l’azione tragica che si riflette nello scambio dialogico e nelle verità narrate dei personaggi; la tragedia è un confronto che riattiva le emozioni e questo viene definito krisis, che permette proprio l’espressione dell’intensità della sofferenza e la sua interrogazione.

Aristotele non dubita della realtà dei sentimenti che spiega con la catarsi, intesa come reale liberatorio distacco dalle passioni tramite le forti vicende rappresentate sulla scena. La caratteristica della tragedia è infatti quella di permettere ai protagonisti di instaurare un dialogo con se stessi e, in un secondo tempo, di trovare una distanza capace di costruire una diversa visione della propria situazione individuale. La verità ha dunque valore particolare, proprio perché è esito di un cammino, della trasformazione del nostro sentire e conoscere, della ‘purificazione’ che ha indotto in noi. L’eroe tragico deve soffrire e perdersi a prescindere dalla propria responsabilità individuale. La sottomissione al destino da parte del protagonista nella tragedia ha il suo risvolto al di fuori, ma tramite essa: nel riconoscimento e nel rafforzamento, da parte degli spettatori, dei propri valori. La polis vede in scena la propria genesi etica e vede confermati i propri costumi, ma ad un livello superiore rispetto all’eticità immediata. La tragedia antica è allora, prima di tutto, una radicale esperienza – o abitudine – di partecipazione politica e comunanza etica. Le trasposizioni tragiche davano ordinamento sociale ed erano profondamente sostenute (anche a livello economico) dalla classe politica del tempo. Attraverso di esse la comunità riconosce e si appropria del diritto-dovere di contribuire con la propria soggettività e capacità valutativa alla fondazione del vivere comune: ancora una volta si tratta di un funzionamento secondo il sistema ecologico.

La Poetry Therapy

La Poetry Therapy nasce e si sviluppa ufficialmente solo nel XX secolo, ma la sua storia affonda nell’Egitto del 4000 a.C., quando medici e sacerdoti non solo raccomandano la lettura dei canti poetici per guarire gli invasati, ma per un effetto più rapido imbevono i papiri con una soluzione che permetta di ingerirli (Rojcewicz, 1999).

Poetry in italiano si può tradurre in poesia, poetica e poeticità. L’ultimo termine nello specifico esprime la facoltà di suggerire o di evocare un senso di poesia: evocare un’atmosfera.

La già citata “poiesis” costituisce l’origine di questa facoltà di evocare un senso di poesia. Questa parola deriva dal verbo greco ‘poieo’ che significa fare, inventare, comporre, creare. Poiesis, dunque, è il processo attraverso cui qualcosa che non c’era può venire all’esistenza, l’azione che porta dal non-essere all’essere. Inoltre il nome ποίησις che significa propriamente il fare dal nulla, appare la prima volta in Erodoto col senso di “creazione poetica”.

A questo punto il cerchio si chiude e possiamo dire che le parole sono cose che prima non c’erano e poi diventano qualcosa, non una cosa qualsiasi, bensì un modo di vivere: una tecnologia della tenerezza che apre a una dimensione estetica quando ha l’intenzione o l’obiettivo di cura. La poesiaterapia, allora, come atmosfera che può indurre un modo curativo di abitare lo spazio a partire dalle qualità emotive del luogo che inevitabilmente fanno presa su di noi, facenti parte del sistema ecologico ambientale. Sia come corpo fra corpi, sia come corpo nel luogo: un’atmosfera narrativa.

Ethos narrativo come “spazioterapia”

Sono partita col definire il nostro sviluppo umano all’interno di un sistema ecologico, il quale mi ha permesso di definire conseguentemente l’ethos, il posto da vivere. L’azione poetica poi mi ha permesso di esprimere come può e deve caratterizzarsi questo posto: spazio, anzi atmosfera come gesto narrativo, letteralmente fatto (creazione tecnologico-artistica) di cose quali le parole. Abitiamo gli spazi attraverso le parole e le parole si creano a partire dalle narrazioni dell’ambiente in cui abitiamo.

L’azione poetica è la nostra capacità artistica di creare il mondo, di modellarlo a partire da quei ritmi che il mondo stesso ci trasferisce secondo natura. La poesia è paesaggio, è gesto, voce, respiro, oggetto, corpo: un rapporto esterno con l’ambiente che diventa fondativo dell’esperienza poetica in parole scritte; un ritorno nel proprio corpo, fatto di questo rapporto intimo tra parola e corpo stesso che ascolta l’ambiente. Contemplare poeticamente è un modo di cura.

Il luogo di cura è allora composto da atteggiamenti estetici, agisce un movimento (mano che scrive, respiro del corpo e suono). L’atmosfera della cura è uno spazio di possibilizzazione tramite bellezza poetica.

Processo di Flourishing e atmosferologia

Per introdurre l’ultimo passaggio alla ricerca qui in oggetto voglio riferirmi anche a un altro processo terminologico, dal mio punto di vista necessario. Cosa si intende per flourishing?

Ancora una volta sono gli antichi greci a darci riscontro. La traduzione letterale di flourish è fiorire, ossia “vivere un ventaglio di possibilità di funzionamento che connota virtù, produttività, crescita e resilienza” (Keyes, Shmotkin e Ryff, 2002). Il flourishing (prosperità) può essere definito come funzionamento ottimale e descrive, quindi, soddisfazione, affettività positiva e slancio vitale. Questo processo è di derivazione di due termini molto cari alla filosofia. Edonica in quanto dimensione del piacere personale legato a sensazioni ed emozioni positive (Kahneman, Diener, & Schwarz, 1999); eudaimonica come sviluppo e realizzazione delle potenzialità individuali (Ryan & Deci, 2001) e come percorso di sviluppo verso l’integrazione con il mondo circostante (Nussbaum & Sen, 1993).

A questo punto si può comprendere che il posto da vivere, determinato da sistemi ecologici, promuove prosperità nella misura in cui le parole producano prosperità emozionale. E possono farlo se evocano un senso di poesia o atmosfera poetica (ecopoetica).

Visual Thinking Strategies e Integrative Developmental Care Model

Il benessere, dovrebbe mirare ad aumentare la quantità di flourishing nella vita del singolo, “enfatizzando risorse e potenzialità dell’individuo anziché carenze, deficit e patologie, privilegiare la promozione della salute anziché la cura e adottare un approccio bio-psico-sociale anziché bio-medico” (Seligman e Csikszentmihalyi, 2000).

La distintività delle arti come promozione del benessere può essere accomunata da un elemento comune: le arti terapie costituiscono delle posture operative, ossia un modo di porsi in quanto corpo e in quanto relazione con l’ambiente.

Ecco allora quanto sia necessaria un’ecologia umana delle parole. La narrazione e la comunicazione come strumento di cura diventano allora necessari, da accompagnarsi obbligatoriamente alla medicina delle evidenze. La parola è terapia indispensabile, perché è la sola che risponde alla naturalità dello sviluppo umano.

Perché quindi parliamo di strategia di pensiero visuale accanto a un modello di cura?

La Storia dell’arte presenta molte rappresentazioni proprio del discernimento o dei processi decisionali. Il dipinto, la scultura, l’installazione parlano a noi direttamente. Non si tratta di un conoscere nozionistico dunque, ma di un conoscere ad un altro livello, più profondo e personale, archetipico per certi versi, compreso in una visione dell’uomo più grande. Di un sapere spesso nascosto nel significato di una figura, di un simbolo (derivato dalla natura).

Le Visual Thinking Strategies (metodo di apprendimento sviluppato negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta), infatti, favoriscono lo sviluppo di competenze utili per la formazione permanente, per cooperare e rafforzare il lavoro in gruppo e comunità, per relazionarsi con i patrimoni culturali e con le molteplici professioni collegate. Rappresentano quindi un metodo vincente nella progettazione di percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento. Una postura dello stare al mondo; una postura visuale di cura narrativa.

Per concludere, il nuovo anno partirà da queste premesse, le quali daranno origine a un progetto che abbraccia queste riflessioni, cercando così di dare forma a un contenitore di promozione di questo stare ed essere nel mondo, il cui obiettivo sarà scoprire e riscoprire i luoghi del benessere.

Riferimenti:

  • Workshop “Crescere insieme: azioni integrate per le famiglie”, 31 ottobre 2023 a Verona
  • Tavola rotonda: “Family Centered Care: una questione di tutti”, 4 dicembre 2023 a Milano
  • Festival Internazionale di Poesiaterapia, 14-17 dicembre 2023 a Monza e Vimercate

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