Salute o ben-essere: quale rinascita?

rinascita

La parola salute proviene dal latino “salus“, che letteralmente può tradursi in salvezza, incolumità e integrità. Infatti, l’etimologia della parola sta a indicare proprio uno stato di perfetta e completa funzionalità fisica della persona.

Il benessere (da ben – essere = “stare bene” o “esistere bene”) è uno stato che coinvolge tutti gli aspetti dell’essere umano, e caratterizza la qualità della vita di ogni singola persona all’interno di una comunità di persone (società).

Che cosa si intende con il concetto di salute? L’Organizzazione mondiale della sanità OMS la definisce «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia».

Questo fine settimana per la religione cattolica si festeggia la Pasqua, che è la festività della rinascita per eccellenza, perché il Cristo risorge, dimostrando forse che c’è sempre una seconda possibilità, che si può sempre ricominciare. La stessa passione può mostrarci come la nostra esistenza è fatta di cicli che si rinnovano continuamente, nel bene o nel male. C’è sempre qualcosa che si perde e qualcosa che si guadagna, qualcosa o qualcuno resta indietro per fare spazio a qualcosa di nuovo e inaspettato.

In queste settimane mi sono quindi ritrovata a riflettere a lungo sulla definizione che l’OMS ha dato per definire la nostra condizione di essere umani. Non ho la presunzione di trovare un’alternativa, tuttavia desidero costruirci sopra una narrazione rinnovata. Questo perché la nostra condizione umana non è uno stato fisso e immutabile e non è nemmeno completa: fino alla fine dei nostri giorni il nostro cervello può modificarsi attraverso l’educazione e l’allenamento; anche spiritualmente se vogliamo non siamo completi. Siamo alla costante ricerca di qualcosa che possa elevarci, che possa migliorarci e che possa farci sentire meno perfettibili. Secondo l’OMS la salute non è solo assenza di malattia, bensì un modo di vivere secondo un certo livello di qualità di vita. Tuttavia si rivolge a tutte le componenti umane che devono essere rigorosamente in armonia fra loro, complete. Salute e benessere non sono così distanti fra loro. Entrambi trasmettono un senso di compiutezza, che non prevede errori o mancanze. Come se l’essere umano potesse essere immutabile ed eterno. Inoltre mi chiedo, la perfezione di salute e benessere è davvero qualcosa di così importante? L’esistere bene da che cosa può essere davvero condizionato?

Non si tratta di soffermarsi sull’etimologia delle parole per puntualizzare una definizione più chiara e più vicina alla realtà. Si tratta semmai di comprendere quale realtà vogliamo che le nostre parole rappresentino.

Nessuna pratica di cura, educativa, formativa, esperienziale, ha messo al centro del proprio operare, l’errore; anche le parole benessere e salute non lo contemplano. Eppure gli esseri umani sono noti per errare: infatti sbagliamo continuamente. La salute allora viene meno proprio quando non vogliamo accogliere le nostre mancanze, le nostre fragilità. Se accogliessimo le nostre essenze per ciò che sono realmente, forse il bisogno di salute e benessere non esisterebbe nemmeno più. Ogni nascita prevede una morte, ogni inizio conosce la sua fine. Ogni conclusione, ogni punto a capo designa un ricominciare, un rinnovare quello che è stato per quello che sarà. Ogni libro o storia che finisce, lascia il posto a una nuova lettura. Anche l’errore è questo: gli errori capitano, non c’è nessuna volontà nel farli, ma la volontà entra in campo quando riconoscendoli possono essere trasformati in nuove opportunità di scoperta, di legami, di costruzioni.

Ecco allora che si può essere in salute anche nell’errore. Si può stare bene anche nella mancanza, nella sofferenza di una parte di noi. Posso non avere una gamba ed essere ugualmente felice di avere una famiglia che mi ama. Posso avere una malattia cronica, ma essere contenta di godermi il calore del sole. Non è la completezza che mi fa sentire viva, semmai proprio la vulnerabilità che diventa ogni giorno scoperta di me, curiosità di ciò che posso ogni giorno diventare e inventarmi.

Alla domanda “quale rinascita” pongo accanto altre due parole che durante la messa di domenica scorsa mi sono rimaste attaccate alla mente: umiltà e sacrificio. A primo impatto le ricondurremmo immediatamente a dei significati attuali e un po’ distorti. Ma se proviamo ad allontanarci dal concetto di salute così come lo intende l’OMS e ci avviciniamo al concetto di cura (ossia cuore), potremo capire meglio che la parola sacrificio significa rendere sacro, ovvero rendere prezioso, elevato. Il termine “umiltà” invece è derivato dalla parola latina “humilis”, che è tradotta non solo come umile ma anche alternativamente come “basso”, o “dalla terra”. Noi siamo esseri provenienti dalla natura, e non si tratta di essere credenti o religiosi. Semmai riconoscere le nostre origini, ricordarsi chi siamo stati e tutta l’evoluzione che ci ha preceduto. Agire insomma sempre col cuore, con o senza salute e benessere, ma in continua fioritura, resa sacra dal nostro errare e dal nostro essere manchevoli. Agire col cuore significa agire secondo se stessi, rimanendo fedeli a se stessi anche se non ancora compiuti.

Per la vostra rinascita vi lascio qualche suggerimento di lettura e vi rimando anche agli articoli dei miei compagni di viaggio, Ana e Marco. Buona Pasqua da Narratrice Errante!

Perché ci identifichiamo sempre con quello che non abbiamo, invece di guardare quello che c’è? Spesso i limiti non sono reali, i limiti sono solo negli occhi di chi ci guarda. Dobbiamo fermarci in tempo, prima di diventare quello che gli altri si aspettano che siamo. È nostra responsabilità darci la forma che vogliamo, liberarci di un po’ di scuse e diventare chi vogliamo essere, manipolare la nostra esistenza perché ci assomigli.

Il quaderno n. 4 affronta la tematica dell’errare secondo le due accezioni dello sbagliare e del girovagare. Viene esaminata da 23 punti di vista, tanti quanti sono i contributi presenti nel libro, e all’interno di più ambiti, anche se privilegiato è sempre quello educativo.

“Errare” – I quaderni della lumaca

La storia di un viaggio e di due amici, un gatto e una ragazza. Di luogo in luogo, incontro dopo incontro, la penna di Sara Trevisan spoglia, scalfisce l’inessenziale. Davanti agli occhi di chi legge, si mostra, nitida con note di fantasia, la geografia interiore che abita ognuno. Una mappatura dell’io che sa fare luce, sa spiegare la ragione delle cose.

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