gUscio
Ciò che contiene l’uscio
Più precisamente considerando
la ghimel ebraica con cui inizia
Ciò che avvolge l’uscio
Quasi che la cosa fondamentale nel guscio
sia la protezione dell’uscio, dell’uscire, dell’uscita e
non certamente la protezione in quanto tale
per una generica paura del pericolo
Il guscio c’è solo perché si deve uscire
E bisogna arrivare pronti e intatti
al momento in cui varcarlo, l’uscio.
“Parole sotto sale. Piccolo vocabolario poetico” – Claudia Fabris

Per il secondo anno consecutivo ho avuto il piacere e l’onore di essere parte degli ospiti e delle ospiti a “LA LEGGEREzza del male. Navigare tra le emozioni“, festival Internazionale sull’Educazione Sentimentale di Samatzai. Questo anno mi è stata concessa la possibilità unica di partecipare a un intero pomeriggio di attività presso il Carcere Minorile di Cagliari. Ogni giovedì pomeriggio da circa 3 anni, grazie alla rete dell’Associazione “Crisi Come Opportunità” di cui Cada Die Teatro fa parte, i ragazzi possono sperimentare la cultura come forma di benessere e rinascita.
Questa iniziativa nasce con l’intento di istituire un Presidio Culturale Permanente negli Istituti Penali per Minorenni, permettendo di costruire un ponte tra dentro e fuori: una presenza stabile negli Istituti, una rete nazionale di artisti e operatori, il dialogo con le istituzioni e la possibilità concreta che le opere e le parole nate nei percorsi laboratoriali continuino a vivere tra e oltre le mura del carcere.
Presso l’IPM Quartucciu di Cagliari è attivo nello specifico un laboratorio di musica rap e teatro e in uno di quegli appuntamenti ho potuto toccare con mano quello che sinora i ragazzi hanno portato avanti proprio attraverso l’utilizzo delle parole. Dodici ragazzi tra i 14/16 anni fino ai 20/25 ci hanno accolto in cerchio nella stanza dedicata al tempo libero, definita polivalente.
Devo però fare alcuni passi indietro per contestualizzare l’ingresso, la struttura e il mio ruolo in tale situazione.
La direttrice artistica del Festival, Emanuela Porcu, che ha coinvolto fra gli ospiti il rap e scrittore Kento, è riuscita ad entrare in contatto con questa realtà, con cui appunto l’ospite ha lungamente collaborato. Grazie a queste connessioni, si è prodigata affinché si potesse mettere a terra un intervento significativo e ha voluto coinvolgermi dal primo momento in quanto professionista e biblioterapista. Non è stato facile perché queste realtà così delicate e, ahimè, isolate, non riescono ad aprire le proprie porte troppo facilmente agli esterni. Abbiamo anche fissato un incontro preliminare con i vari attori che ci avrebbero coinvolte e indirizzate. Questo è stato necessario perché oltretutto l’edificio era stato originariamente concepito e costruito nei primi anni ’80 come un carcere di massima sicurezza per adulti, caratterizzato da alte mura, doppia cancellata e assenza di visuale verso l’esterno. A questo si aggiunge anche il fatto che non sia per nulla collegato da mezzi pubblici, il che complica anche l’attività di reinserimento dei giovani.
Emotivamente arrivi e vedi una struttura assai lontana da quello che ci immaginiamo perché visto nei film. Non puoi stare fuori a chiacchierare, intorno non c’è nulla e lo stabile è triste, fatiscente e invalicabile, con anche un livello più elevato di filo che in passato poteva venire elettrificato. Non puoi portare nulla all’interno, devi avere un abbigliamento sobrio e una volta chiuso il primo cancello ne superi un altro e poi un altro ancora. Strati e strati di separazione tra ciò che accade dentro e ciò che accade fuori.
Il mio ruolo in tutto questo è stato presentato in ottica di consulenza, affinché potessi dare spunti utili all’attività già in essere. Durante la riunione preliminare è stato chiaro il messaggio: non si andava lì come per partecipare a uno spettacolo di circo. Non ci doveva essere pietismo, quanto semmai vero interesse e vera partecipazione all’attività già in essere.
Ebbene, ascoltando quello che i colleghi in servizio avevano da dirci, è emersa la paura di uscire dei ragazzi. Perché il vero obiettivo del Presidio Culturale è proprio quello di aiutare questi giovani a costruire un nuovo futuro, fuori da quelle mura, integrandosi con il mondo per ripartire verso nuove strade. Potrà sembrare un paradosso: chi è chiuso in gabbia può avere paura di spiccare il volo?
Il sistema della giustizia minorile in Italia poggia storicamente sul principio costituzionale sancito dall’articolo 27, che impone alla pena una funzione fondamentale di rieducazione e reinserimento sociale, ripudiando ogni logica puramente punitiva. Nel diritto penale minorile, formalizzato dal D.P.R. 448/1988, questo principio individua nel carcere solo un’estrema ratio, privilegiando percorsi formativi, di responsabilizzazione e la misura della messa alla prova per tutelare la crescita del giovane.
Tuttavia, il passaggio dalla teoria alla realtà degli Istituti Penitenziari Minorili evidenzia da sempre una profonda frattura: la carenza strutturale di educatori, la scarsità di risorse per la continuità trattamentale e la tendenza della gestione securitaria a soffocare lo spazio dedicato alla cura finiscono spesso per trasformare la reclusione in mero contenimento.
A questo storico divario tra norma e prassi si è aggiunta di recente la stretta del “Decreto Caivano”, che segna un’inversione di tendenza dal forte sapore punitivo. Abbassando le soglie per la custodia cautelare e inasprendo le misure repressive per i reati giovanili, queste recenti normative rischiano di svuotare dall’interno l’impianto rieducativo del 1988, favorendo il sovraffollamento negli IPM a scapito della prevenzione e del recupero educativo sul territorio.
Ecco allora che la paura è assolutamente lecita per loro. Se ci fosse possibilità di uscita, quali strumenti potrebbero avere per le mani? E soprattutto quale accoglienza li aspetterebbe? Senza contare il fatto che le loro storie sono spesso familiarmente tormentate, complesse e ben lontane dall’opinione comune di noi che stiamo qui fuori, da sempre!
Durante l’incontro preliminare mi sono venuti immediatamente in mente dei libri che potessero essere di aiuto. Poi purtroppo si è sottolineato il fatto che all’interno non può essere portato nulla con sé. Occorre invece varcare quella soglia spogli di ogni ingombro: senza orpelli, abiti succinti o accessori che possano ostacolare l’incontro o innescare reazioni imprudenti. Anche questo aspetto sembrerebbe scontato, ma non lo è. L’intero pomeriggio senza cellulare ci ha fatto entrare in una bolla temporale che in qualche maniera ci ha fatto sperimentare un’assenza del fuori. Per noi questo è stato un aspetto positivo, di distacco dalle logiche temporali e di vera libertà espressiva; ma per loro che vivono questo ogni singolo giorno come risulta davvero?
In ogni caso alla fine è giunta la richiesta di accedere coi libri ed è stata approvata in pochissimo tempo, meravigliandoci ed entusiasmandoci tutti. Abbiamo lasciato tutto il resto alle spalle, abbiamo superato ben quattro cancelli e siamo giunte alla stanza polivalente, stanza dedicata alle varie attività “ludiche” e culturali rivolte ai ragazzi e fatte coi ragazzi. I loro sguardi erano misti a curiosità e dubbi, qualcuno provava imbarazzo, faceva finta di non guardare. Poi abbiamo deciso di fare un cerchio per sederci e presentarci. Qualcuno ha iniziato a ridacchiare, a mandarsi degli sguardi tipici di intesa adolescenziale. Nonostante questo non mi sentivo ingombrante, volevo essere autentica senza issare nessun muro di pregiudizio che potesse in qualche modo disturbare l’incontro con questi ragazzi. Mi sono sentita spoglia di tantissime sovrastrutture che spesso ci bloccano in giudizi stretti, limitanti e di banale superbia. Non volevo né giustificare né allontanare, volevo stare con loro. Ciò è accaduto e il pomeriggio si è trasformato in poesia, musica, storie, immagini e parole. Come gruppo (tutti insieme, guidati principalmente da uno di loro) avevano creato una poesia sulle paure personali (tradotta anche in lingua sarda); poi hanno creato dei testi rap e cantato per farceli ascoltare; hanno dipinto le paure attraverso calligrammi. Qualcuno ha affidato al gruppo qualche frammento della propria storia personale e familiare — una storia spesso già segnata da padri, nonni e zii passati per la reclusione, in cui si cela un paradossale senso di orgoglio nel seguire le orme degli antenati. Dal punto di vista psico-sociologico, questo “orgoglio difensivo” non è che una risposta alla marginalità: quando il carcere appartiene alla memoria di famiglia, la devianza cessa di essere uno stigma per diventare un rito di passaggio, un’inconscia lealtà transgenerazionale che conferisce un’identità e uno status dove mancano alternative simboliche.
Eppure, accanto a questa eredità vincolante, qualcun altro ha saputo dischiudere una crepa improvvisa, ponendo riflessioni inattese: come quel ragazzo che mi ha chiesto, con timida ammirazione, se fosse normale porsi domande sul senso della vita e se questo non lo rendesse, in fondo, “già un po’ filosofo”.

Oggi a distanza di poco più di una settimana posso dire che solo tenendo costantemente aperte le nostre domande possiamo accogliere davvero il senso di certi accadimenti. Avere già pronte le risposte, le etichette, i giudizi, non ci permette di essere liberi. La libertà non è fare ciò che si vuole, non è essere senza le sbarre intorno, non è sempre dire la propria opinione indipendentemente dalle conseguenze; la vera libertà è interrogarsi. E il fatto che esista un presidio culturale in carcere significa che qualcuno ha saputo comprendere come la cultura sia la sola che possa coltivare le giuste domande e mai fissarsi in qualche semplice e scontata etichetta.
Le risposte sono la leggerezza del male: esso si ramifica nel silenzio, cresce e divampa nelle forme più oscure e spesso inspiegabili. La leggerezza del male è non dare nuova fiducia in coloro che sbagliano, non offrendo nuove possibilità, negando proprio la Bellezza.
Nessuno ci insegna a ricercare la bellezza, ma noi possiamo scegliere di interrogarci dove andare a trovarla.
Io l’ho trovata in quel Carcere, quel giovedì 15 ottobre, in ciascuno di quei ragazzi.





