In questi ultimi due anni mi sono occupata a vario titolo di ambiente. L’ho inteso come spazio, come “terzo educatore”, come contesto e abito che indossiamo quotidianamente; ma, soprattutto, mi sono concentrata sul linguaggio che ruota attorno all’ambiente in termini socio-educativi ed emotivi. Le parole sono organismi vivi: i loro significati mutano a partire dalla narrazione che ne facciamo. È ormai risaputo che le condizioni climatiche e i livelli di inquinamento attuali destano profonda preoccupazione e, prima di tutto, ci riguardano da vicino. Anche le parole vengono inevitabilmente coinvolte in questa crisi, ed è proprio in questa direzione che ho avvertito il bisogno di attivarmi.
Il pessimismo è il contrario della vita
Perché una professionalità come la mia, che lavora con le storie e con i libri, dovrebbe occuparsi di ambiente? Perché il problema climatico, la questione dell’inquinamento antropico e il disagio ecologico che il pianeta subisce passano anzitutto attraverso una comunicazione orale e mediatica frammentata, politicamente contorta e oppressiva. La programmazione neurolinguistica insegna che il linguaggio possiede una natura quasi “magica”: ha il potere di modellare le cose e di cambiare il mondo. I media conoscono perfettamente questa potenzialità persuasiva, adattandola agli slogan catastrofici a cui da anni siamo assuefatti.
Andare controcorrente non significa ribellarsi al sistema, semmai interrogarsi su quanto questo tipo di linguaggio sia davvero potenziante in termini di attivazione pubblica e comunitaria. In un illuminante estratto della rivista Animazione Sociale, il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag sottolinea come il concetto di pessimismo abbia permeato l’intera comunicazione sulla sostenibilità, sull’ecologia e sul futuro delle generazioni:
“Mi sono arrabbiato perché non tollero più che certi colleghi scelgano in modo narcisistico di dire «tutto è finito». Pessimismo significa dire: io sono l’ultimo uomo, sto vivendo la fine dell’umanità, con me il mondo andrà a scomparire. Lo trovo un godimento pazzo e malsano, perché il pessimismo è un godimento: perché significa avere una certezza, la certezza del peggio. Anni fa con Edith Charlton ho scritto un libro che aveva proprio questo titolo: Cette douce certitude du pire, questa dolce certezza del peggio. Dire questo non significa minimizzare le emergenze politiche globali, né apparire ottusi ottimisti; vuol dire decidere di affrontare il presente cambiando paradigma. Perché la realtà è questa, ma noi siamo vivi. Siamo vivi e possiamo abitare il presente in modo diverso, ossia cambiare il nostro rapporto con il reale. Darsi al godimento della tristezza è invece il contrario della vita.”
Animazione Sociale, n. 379/2025
Sempre Benasayag ci mette in guardia nei confronti di quelle che definisce “trappole che colonizzano il nostro modo di pensare”. Tra queste, la principale consiste nel “pensare che i problemi si indirizzino a noi in quanto individui. Non siamo noi in quanto singoli che possiamo trovare la soluzione ai problemi dell’epoca, perché questi problemi si indirizzano a noi come collettività umana, anzi, di più, si indirizzano a noi come parte del vivente.”
È esattamente su questa trappola che si fonda la responsabilità – e se vogliamo l’obbligo etico – che ho avvertito nel dovermi occupare del linguaggio ecologico. Dobbiamo cambiare la nostra narrazione attuale per riscoprire la facoltà di attuare un cambiamento, e dobbiamo farlo insieme. Come? Attraverso gli strumenti della filosofia, della biblioterapia, della poesia e dell’arte, discipline apparentemente lontane dalla tecnica, ma che da sempre rappresentano i canali privilegiati attraverso cui l’essere umano apprende, si emoziona e si evolve.
La “Carta dei diritti del Paesaggio“
Il 5 giugno 2026 ha segnato una tappa fondamentale: grazie al lavoro partecipato e congiunto di artisti, poeti, operatori culturali, architetti, paesaggisti, associazioni ed enti, si è giunti alla stesura della prima carta che riconosce il Paesaggio come un soggetto avente precisi diritti. L’impulso è stato dato dall’Associazione Post Industriale Ruralità, con la quale ho avuto il piacere di avviare una collaborazione che mi ha vista coinvolta attivamente nella comunità di pratica propedeutica alla prima pubblicazione ufficiale.
In quanto filosofa, avverto il dovere di integrare nel mio lavoro e nei percorsi di formazione una riflessione profonda su ciò che la natura ha perso a causa della nostra incapacità di sentirci parte integrante di essa. Noi siamo natura, ma l’abbiamo dimenticato, e questa amnesia ha condotto alle catastrofi attuali. Per invertire la rotta, tuttavia, non serve cedere al vittimismo o all’autocommiserazione; serve partecipare, fare cultura e unire l’espressione poetico-artistica per aprire un dialogo dal basso che coinvolga tutti gli esseri viventi.
Così, il giorno successivo alla firma, durante un corso di formazione rivolto a insegnanti della scuola dell’infanzia e della primaria dedicato all’educazione ambientale e all’intelligenza della natura, ho avuto l’onore e l’onere di presentare ufficialmente la “Carta dei diritti del Paesaggio”. Questo è solo un punto di partenza, un piccolo seme tra i tanti che abbiamo piantato. Ora spetterà a noi decidere come coltivarlo e averne cura affinché cresca forte, ma soprattutto affinché raggiunga l’intimità di ciascuno, restituendoci quella spinta vitale che l’abuso e l’usura delle parole ci hanno sottratto. Ancora una volta, saranno parole nuove a generare azioni e cambiamenti reali.
La filosofia, nel suo significato più autentico di amore per la saggezza, ha il dovere etico di assumersi questa responsabilità divulgativa, informativa e partecipativa nei confronti del Paesaggio. Nel mio cammino professionale non posso esimermi dall’utilizzare ogni strumento a disposizione per narrare la resilienza, la cura e la Bellezza. Solo così potremo sintonizzarci nuovamente con la nostra naturalità, tornando in armonia con ciò che ci circonda per apprezzare la vita non per ciò che produce, bensì per lo straordinario dono che continua a offrirci, nonostante la nostra storica incapacità di riconoscerlo e coltivarlo.
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